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L'Autentica Quarta Via di Gurdjieff: Approfondita e Purificata dalle Distorsioni New Age

Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...

Il Miraggio di Rupert Spira: Manuale di Onanismo Metafisico per Anime Cronicamente Pigre


Il castello di carte di Rupert Spira poggia su un fondamento tanto elegante quanto fragile: l'idea che, poiché non possiamo mai uscire dalla nostra consapevolezza per verificare l'esistenza di un mondo esterno, allora non esiste nulla se non la consapevolezza stessa. Questa posizione, che egli presenta come una rivelazione suprema della "Direct Path", non è altro che un solipsismo mascherato da spiritualità non-duale. La "Via Diretta" di Spira è l’equivalente metafisico di chi, convinto di aver scalato l'Everest solo perché ha comprato una cartolina della vetta mentre è ancora in pigiama sul divano, dichiara che la fatica della salita è un’illusione dualistica dovuta a una cattiva comprensione del concetto di altitudine. La sua strategia retorica è un capolavoro di ipnosi linguistica: egli ridefinisce arbitrariamente termini come "Consapevolezza" o "Esperienza" rendendoli contenitori vuoti in cui può far confluire ogni cosa. Se tutto è consapevolezza, allora la parola "consapevolezza" perde ogni significato distintivo, diventando un termine tautologico che non spiega nulla ma si limita a descrivere il perimetro della propria prigione percettiva. Spira ci invita a guardare "dentro", ma quello che ci mostra è un labirinto di specchi dove l'ego, invece di essere trasceso, viene dilatato fino a occupare l'intero orizzonte cosmico. È qui che si consuma il primo grande tradimento del sapere oggettivo: l'illusione che la soggettività sia il fondamento dell'essere, mentre per un ricercatore autentico della Quarta Via, la soggettività è esattamente ciò che deve essere superato attraverso lo sforzo intenzionale. L'errore di Spira risiede nell'ignorare che l'uomo, nello stato di sonno meccanico in cui versa, non possiede affatto una "Consapevolezza" unitaria, ma è una legione di piccoli "io" in perenne conflitto. Proporre la "via diretta" a chi non ha ancora costruito un centro di gravità permanente è come promettere le vette dell'Everest a chi non ha ancora imparato a stare in piedi; è un invito a sognare di essere svegli, un lussuoso sonnifero per intelletti raffinati che preferiscono la sensazione della verità al duro lavoro necessario per cristallizzare l'Essere. Questo equivoco affonda le sue radici in quella "grande deviazione" che ha trasformato il silenzio pedagogico del Buddha in una negazione ontologica. Dove il Buddha, come un medico compassionevole, taceva sulle questioni metafisiche per spingere l'uomo a constatare la propria frammentazione (l'Anatta come diagnosi della meccanicità), i filosofi successivi e i moderni come Spira hanno riempito quel silenzio con il concetto di "Nulla" o di "Uno indistinto". Hanno scambiato la spoliazione del falso sé per l'inesistenza di un Sé Reale, cadendo in quella trappola che Gurdjieff definiva "versare il vuoto nel nulla". Spira predica un'unità che è pura pigrezza metafisica: egli collassa la dualità in un "Uno" astratto, ignorando la Legge del Tre. In un universo governato dal raggio di creazione, la dualità tra soggetto e oggetto non si risolve negando uno dei due poli, ma introducendo la terza forza riconciliatrice. Senza questa comprensione, l'Advaita di Spira rimane una ginnastica mentale che anestetizza il dolore della separazione senza risolverlo, offrendo una "liberazione" che è in realtà un'evasione dalla responsabilità di partecipare al processo creativo del cosmo. È l'apoteosi dell'uomo n. 3, il tipo intellettuale che costruisce cattedrali di sillogismi per evitare di affrontare la cruda realtà della propria inesistenza come unità reale. Dire che "non c'è nessuno" dietro gli occhi è una verità clinica se applicata all'uomo macchina, ma diventa una menzogna pericolosa se usata per negare la possibilità e la necessità di costruire un "Io Reale" attraverso il superamento della sofferenza meccanica. Questa deriva Neo-Advaita agisce come un solvente etico: se tutto è uno, se l'individuo non esiste e se la sofferenza è solo un'illusione della mente, allora la responsabilità individuale evapora in un clima di apatia cosmica. È il terreno fertile per il nichilismo passivo, dove non c'è più bisogno di lottare contro la propria meccanicità o di servire i fini della creazione, poiché "tutto è già perfetto così com'è". Questa visione è l'esatto opposto del "Lavoro" gurdjieffiano. Mentre Spira invita a un rilassamento che è in realtà un ritorno al letargo primordiale, la vera spiritualità esoterica richiede una frizione, un urto, una resistenza contro la corrente entropica. L'Advaita moderna, da Shankara a Spira, passando per le volgarizzazioni di Osho e Brizzi, ha trasformato Maya da "potere creativo di misurazione" in "inganno maligno", spingendo l'uomo a disprezzare la manifestazione invece di padroneggiarla. Shankara usò questa dialettica come un'arma politica per arginare il buddismo, ma il risultato è stato la creazione di una gabbia concettuale che impedisce la crescita reale. Se non c'è nessuno che deve svegliarsi, se non c'è una scala da salire perché siamo "già la meta", allora la ricerca spirituale diventa un gioco di prestigio in cui il ricercatore si nasconde la verità da solo. È un bypass spirituale che permette di evitare il confronto con la propria miseria interiore, sostituendo la trasformazione energetica con una comprensione intellettuale che dà l'illusione del risveglio mentre il corpo e i centri continuano a funzionare in modo totalmente meccanico. Un centro di gravità formato su questi errori è un centro malato, una distorsione che impedisce ogni contatto con una scuola reale, poiché il soggetto è ormai convinto che non ci sia nulla da fare e nessuno per farlo. Arriviamo infine al punto più critico e, forse, più sottile dell'errore di Spira: la sua concezione del tempo come "eterno adesso" privo di dimensioni. Spira afferma con finta ovvietà che "nessuno è mai stato nel passato", riducendo la cronologia a una semplice convinzione mentale. Questa idea, pur sembrando profonda, è una negazione della struttura termodinamica dell'universo e ignora il legame indissolubile tra tempo ed entropia. Il tempo non è un'illusione della mente; è il processo di degradazione della materia, la misura del disordine che aumenta. Negare il passato e il futuro significa negare la realtà della creazione come processo in divenire. Se ci limitiamo all'"adesso" di Spira, ci chiudiamo in una stasi priva di direzione, ignorando che l'universo possiede una freccia del tempo dettata dalla seconda legge della termodinamica. Il passato è il luogo dell'entropia massima S, dove la materia decade verso il caos, ma la complessità che vediamo intorno a noi — la vita, l'intelligenza, la forma — non può essere spiegata da una spinta dal passato. Qui entra in gioco la verità rivoluzionaria della Sintropia e dei potenziali anticipati di Luigi Fantappiè, uno dei matematici italiani più brillanti e originali del XX secolo: la creazione non sta accadendo nel passato, ma ci sta attirando dal futuro. L'errore di Spira è quello di un uomo che guarda una fotografia e nega l'esistenza del fotografo e dello sviluppo chimico perché vede solo l'immagine presente. La trascendenza del tempo non è l'assenza del tempo, ma la sua integrazione attraverso la Legge del Tre e il superamento delle correnti opposte. Mentre l'entropia trascina la materia verso il basso (verso il passato dissipativo), la sintropia proietta onde convergenti dal futuro (l'Ottava Evolutiva) che organizzano il caos in cosmo. Dio non è una condizione statica che "è già qui" nel senso banale di Spira; Dio è il polo magnetico di perfezione che deve ancora essere raggiunto e che, dal futuro, crea le condizioni per la nostra evoluzione. Affermare che il tempo è un'illusione è la scappatoia di chi non vuole affrontare la fatica di risalire la corrente del raggio di creazione. Solo attraverso lo sforzo consapevole l'uomo può passare dalla meccanicità delle onde divergenti (il passato che muore) alla partecipazione attiva alle onde convergenti (il futuro che crea). La Neo-Advaita di Spira, negando il tempo, nega la possibilità stessa del divenire divino nell'uomo, condannando il ricercatore a un presente cristallizzato che è, in ultima analisi, il riflesso perfetto di una mente che ha smesso di cercare e ha iniziato a sognare. La vera unità non è il pigro annullamento della dualità nell'uno, ma la sintesi dinamica operata dalla terza forza, dove passato e futuro convergono in una presenza che non è un "punto" nel tempo, ma la padronanza di tutte le scale della manifestazione. Vediamo ora il cuore pulsante dell'equivoco ermeneutico che nutre il pensiero di Rupert Spira: la pretesa che la "non-dualità" sia un dato di fatto immediatamente accessibile attraverso un semplice spostamento dell'attenzione, ignorando che tale stato è, in verità, il risultato di una faticosa conquista energetica e non di una constatazione intellettuale. Spira, nel suo perenne invito a riconoscere la consapevolezza come "già presente", compie un'operazione di chirurgia metafisica brutale quanto fallace, eliminando il concetto di sforzo e di disciplina in nome di una spontaneità che, nell'uomo meccanico, non è altro che il riflesso delle sue abitudini psichiche. Questa è la stessa distorsione che ha trasformato il termine "Anatta" da diagnosi clinica della frammentazione umana a negazione ontologica dell'anima. Come evidenziato da studiosi del calibro di Ananda Coomaraswamy e George Grimm, il Buddha non ha mai negato l'esistenza di un Sé Reale, ma ha indicato ciò che il Sé non è — ovvero il corpo, le emozioni e i pensieri — per spingere il ricercatore a una spoliazione che presuppone un nucleo reale superstite. Spira invece, seguendo la scia di una Neo-Advaita che ha "versato il vuoto nel nulla", suggerisce che non ci sia nulla da spogliare e nessuno che debba farlo, trasformando la via del risveglio in una sedia a dondolo per intellettuali in cerca di rassicurazione. Egli ignora del tutto la distinzione tra la "personalità" (la legione di piccoli "io" gurdjieffiani) e l'"Essenza", pretendendo di saltare direttamente alla coscienza universale senza passare per la necessaria cristallizzazione di un centro di gravità permanente. Questa omissione della Legge del Tre è il peccato originale di tutta la filosofia di Spira. Egli tenta di risolvere la dualità tra osservatore e osservato collassandoli in un "Uno" indistinto, una manovra che la mente ordinaria compie per pigrizia logica. Ma la vera trascendenza non avviene per sottrazione (cancellando il "due"), bensì attraverso l'introduzione di una terza forza, la forza riconciliatrice, che permette il passaggio a un ordine di realtà superiore senza annullare la distinzione degli elementi di partenza. Spira opera invece come un "uomo n. 3", un tipo intellettuale che usa la logica per negare la realtà della materia e del tempo, proprio come fece Adi Shankara nell'VIII secolo. Shankara, tuttavia, aveva una scusante politica: doveva riconquistare il terreno perduto contro il buddismo e il giainismo, costruendo un sistema "militare-filosofico" che fungesse da scudo dialettico. Spira, al contrario, vende questa stessa arma di difesa come se fosse una panacea spirituale per l'uomo contemporaneo, il quale, già di per sé atomizzato e privo di centro, trova nella negazione dell'io l'alibi perfetto per la propria irresponsabilità. È qui che il pensiero di Spira converge pericolosamente con quello di figure come Osho o Salvatore Brizzi, i quali, pur con linguaggi diversi, hanno alimentato il mito della "non-azione" e del "non c'è nessuno", trasformando la ricerca esoterica in un letargico bypass psicologico dove l'unica attività richiesta è l'accorgersi di essere già arrivati alla meta. Quando Spira nega il valore del tempo e dello sforzo, egli nega all'uomo la possibilità di fungere da ponte tra queste due correnti. Per la Quarta Via, l'uomo è un "apparato di trasformazione" che deve ricevere le vibrazioni sintropiche dal futuro per vincere la propria inerzia entropica. Spira, al contrario, propone un disinvestimento totale dall'azione, trasformando la "presenza" in un distacco anemico che non è padronanza delle leggi, ma un'illusoria fuga da esse. La sua "consapevolezza" è un contenitore vuoto che non ha la forza di cristallizzare nulla, perché rifiuta la frizione necessaria per la creazione dei corpi superiori. Un sistema che nega la dualità senza riconciliarla attraverso la terza forza è un sistema che non può produrre lavoro, proprio come un motore senza differenza di potenziale. La sofisticata dialettica di Spira non è che un velo di seta steso sopra un abisso di inerzia, un invito a sognare l'unità proprio mentre la propria macchina biologica continua a decadere inesorabilmente verso il nulla entropico, convinta, in quel suo ultimo istante, di essere l'Assoluto. L’atto finale di questo naufragio metafisico si compie nel momento in cui la seduzione del "non c’è nessuno" agisce come un parassita psichico, impedendo la formazione di quello che la Quarta Via definisce un centro di gravità permanente. La tragedia di chi segue le orme di Rupert Spira non risiede soltanto nell'adozione di una prospettiva errata, ma nella cristallizzazione di tale errore all'interno della propria struttura energetica. Un ricercatore che si convince, per via puramente intellettuale, dell'inesistenza del proprio "io" sta di fatto costruendo un centro di gravità malato; egli sta edificando la propria casa sulla sabbia di una negazione che scambia per illuminazione ciò che è soltanto una forma estrema di stanchezza ontologica. Se, come abbiamo visto, il tempo è la manifestazione fenomenica di una tensione tra correnti opposte, negare questa tensione significa auto-escludersi dal processo creativo del cosmo. Spira predica un "adesso" che è un punto morto, una stasi priva di direzione che ignora la realtà della sintropia e il richiamo del futuro. Egli invita il discepolo a rilassarsi in una consapevolezza che "non dura nel tempo", ma così facendo lo priva dell'unica bussola capace di orientarlo nel mare dell'entropia: la volontà di partecipare all'opera di Dio che, attraverso le onde convergenti di Fantappiè, sta attirando l'universo verso una perfezione ancora da compiere. La trascendenza non è un rifugio statico dove nascondersi dalla complessità del divenire, ma è il battito vitale che scaturisce dalla piena immanenza, dalla capacità di stare nel tempo e nello spazio come trasformatori di energia, e non come spettatori distaccati di un'illusione che abbiamo noi stessi decretato come tale per paura di fallire. La moda contemporanea della Neo-Advaita, che in Spira trova la sua espressione più levigata e "commercialmente" appetibile, rappresenta il capolinea di una deviazione che iniziò col tradimento del silenzio del Buddha e proseguì con la dialettica bellica di Shankara. È un sofisticato narcotico somministrato a una massa di ricercatori che scambiano la loro incapacità di agire per "non-azione" spirituale. Quando figure come Spira, Osho e Salvatore Brizzi, affermano che non c'è nulla da fare e nessuno da svegliare, stanno compiendo un crimine contro l'evoluzione dell'anima: stanno dicendo a un uomo che dorme che il suo sogno è già la realtà ultima. Ma un centro di coscienza che si forma sull'idea che lo sforzo sia un errore è un centro che non potrà mai resistere alle leggi del raggio di creazione; esso rimarrà un "io" frammentato e meccanico che ha semplicemente imparato a ripetere mantra non-duali per anestetizzare il dolore della propria insignificanza. Per un serio studente della Quarta Via, il punto di partenza non è l'unità astratta, ma la cruda constatazione della propria molteplicità: prima di poter dire di essere l'Uno, bisogna aver faticosamente cessato di essere i Mille. Questo processo richiede quella "sofferenza intenzionale" e quella "frizione" che Spira elimina con un colpo di spugna semantico, ignorando che senza resistenza non può esserci attrito, e senza attrito non può esserci il calore necessario alla cristallizzazione dei corpi superiori.

Chi sceglie l'ingannevole scorciatoia di Spira sceglie di rimanere in un sonno ancora più profondo, convinto di essersi svegliato proprio mentre sta sognando la propria divinità. In questa ottica, la "liberazione" non-duale appare per ciò che è veramente: un bypass spirituale che giustifica l'inerzia, un'illusione di padronanza che nasconde una totale sottomissione alle leggi della meccanicità. La vera via non nega il mondo, ma lo cavalca; non nega l'io, ma lo crea attraverso lo sforzo cosciente di chi ha compreso che l'ordine non è un dato di fatto, ma una conquista sintropica strappata al caos del tempo. Solo chi accetta la realtà della propria frammentazione e la necessità della scala evolutiva può sperare di uscire dal labirinto di specchi di Spira e iniziare finalmente il duro, reale lavoro di unificazione dell'essere, dove la trascendenza non è più un'idea elegante, ma il risultato di un moto perpetuo che sostiene, ora dopo ora, il peso dell'intera creazione che cade verso il futuro. Prendiamo uno dei capisaldi retorici di Rupert Spira, ovvero l'analogia dello schermo e del film, per sezionarla chirurgicamente con il bisturi della termodinamica e delle leggi esoteriche. Spira afferma abitualmente: 

"Proprio come lo schermo non è influenzato dalle immagini del film, così la tua consapevolezza rimane pura e intoccabile, indipendentemente dal fatto che il film sia una tragedia o una commedia; tu sei lo schermo, non il personaggio".

Questa immagine, pur nella sua eleganza seduttiva, è il perfetto esempio di ciò che Gurdjieff definirebbe "pensiero formatorio", un'attività del centro intellettuale che scambia una similitudine statica per una verità dinamica. Se applichiamo la Seconda Legge della Termodinamica, lo "schermo" di Spira si rivela essere un sistema chiuso e isolato. In fisica, un sistema che non interagisce e non subisce modifiche dall'ambiente è un sistema destinato alla massima entropia S. Affermare che la consapevolezza è "intoccabile" significa decretare la sua morte termica: se nulla la influenza, nulla può trasformarla. Per la Quarta Via, l'essere umano non è uno schermo passivo, ma un apparato di trasformazione energetica. Se lo schermo rimane indifferente al film, non c'è "lavoro", non c'è attrito e, di conseguenza, non c'è produzione di calore o di ottave superiori. Lo schermo di Spira è il paradiso del pigro: un luogo dove ci si convince di essere già "tutto" per non dover affrontare la fatica di diventare "qualcosa" di reale. Inoltre, questa analogia fallisce miseramente nel comprendere la Legge del Tre. Spira vede solo due elementi: lo schermo (soggetto) e le immagini (oggetto), e poi procede a negare la realtà delle immagini per esaltare lo schermo. Questa è una "dualità collassata", non una sintesi. Manca la terza forza, la forza neutralizzante o riconciliatrice, che nell'insegnamento di Gurdjieff è lo sforzo cosciente che permette alla consapevolezza di non essere solo uno sfondo inerte, ma un principio attivo di organizzazione. Senza la terza forza, lo schermo di Spira è una pura astrazione intellettuale. Se passiamo poi alla tesi della sintropia di Fantappiè, comprendiamo che la consapevolezza autentica non è lo "schermo" posto all'inizio (nel passato), ma è il "regista" che dal futuro attira le immagini verso una coerenza superiore. Le immagini del film non sono "illusioni" da ignorare, ma sono la materia prima (l'entropia) che deve essere organizzata dalla sintropia del futuro. Spira ti dice di identificarti con lo schermo per sfuggire al film; la via oggettiva ti dice che devi imparare a dirigere il film per diventare lo schermo. La sua è una "liberazione dalla responsabilità", mentre la via della sintropia è una "liberazione attraverso la responsabilità". L'inganno finale di Spira risiede nel linguaggio: egli usa la parola "consapevolezza" come se fosse un attributo naturale dell'uomo meccanico, mentre per un iniziato la consapevolezza è una frequenza energetica che deve essere generata attraverso il superamento della meccanicità. Dire a un uomo che dorme che "lui è lo schermo" è il modo più efficace per impedirgli di svegliarsi: se è già lo schermo immacolato, perché mai dovrebbe sforzarsi di aprire gli occhi nel film? Questa è la "chirurgia" dell'errore: Spira asporta il motore (lo sforzo) e lascia la carrozzeria (la teoria), convincendo il guidatore che il fatto di non muoversi sia la prova suprema della sua natura trascendente. È un solipsismo che trasforma l'incapacità di agire nel cosmo in una vana gloria metafisica, dove il "non c'è nessuno" diventa l'ultima, disperata maschera di un "io" che ha troppa paura di esistere davvero. Il colpo di grazia alla retorica di Rupert Spira viene inferto analizzando il modo in cui egli neutralizza la volontà e il desiderio, derubricandoli a semplici "increspature" o "modulazioni" impersonali della coscienza. Per Spira, il desiderio è solo un'onda che sorge e scompare sulla superficie dell'oceano della consapevolezza, un fenomeno privo di un proprietario e, soprattutto, privo di una finalità reale che vada oltre il gioco delle apparenze. Questa visione è l'apoteosi dell'anestesia spirituale: trasformando la volontà in un sottoprodotto accidentale, Spira rimuove dall'equazione umana l'unico elemento capace di operare una reale trasformazione energetica. In un universo governato dalla Legge del Tre, la volontà non è un'illusione da osservare con distacco, ma rappresenta la Terza Forza (la forza riconciliatrice) necessaria affinché l'impulso creativo non si disperda nel vuoto. Senza una volontà cristallizzata, l'uomo rimane un'entità puramente reattiva, un guscio vuoto mosso dalle correnti dell'entropia. Spira suggerisce che "non essendoci nessuno", non ci sia nemmeno nessuno che possa o debba esercitare una volontà; ma questo, dal punto di vista del sapere esoterico oggettivo, è un errore fatale che confonde lo stato di "non-volontà" del saggio con il "non-potere" del paralitico. La fisica della sintropia di Luigi Fantappiè ci offre la chiave per smascherare questo inganno. Se seguiamo la logica di Spira, ogni desiderio è una spinta meccanica che proviene dal passato, una divergenza energetica che si esaurisce nella sua stessa manifestazione: in termini termodinamici, un aumento di entropia dS > 0. Tuttavia, esiste una categoria di desideri che non appartiene alla meccanicità della fame o della paura, ma che risponde a quello che Gurdjieff chiamava "l'anelito dell'Essenza". Questi impulsi non sono spinte dal passato, ma richiami dal futuro; sono onde sintropiche convergenti che provengono dal polo di perfezione futura. Trattare questi richiami come semplici "increspature" significa ignorare il segnale del futuro che tenta di organizzare il caos del presente. La volontà reale, quella che si manifesta nel "Lavoro su di sé", è l'atto di allinearsi con queste onde convergenti per resistere alla caduta entropica verso il disordine. Spira, invitando al distacco dalle increspature, invita di fatto a ignorare l'unico ponte che l'uomo ha per connettersi con la creazione divina in atto. Egli propone una "pace" che è solo assenza di attrito, dimenticando che senza attrito non c'è calore, e senza calore non avviene la fusione degli elementi psichici necessaria per la nascita dell'Io Reale. L'evaporazione della volontà nel sistema di Spira conduce inevitabilmente a un vuoto etico e operativo. Se il desiderio di giustizia, di evoluzione o di servizio è solo un'onda impersonale, allora non esiste differenza ontologica tra l'azione di un santo e quella di un criminale, poiché entrambi sono "modulazioni della stessa coscienza". Questa è la trappola del nichilismo passivo mascherato da trascendenza. La Legge del Sette (o Legge dell'Ottava) ci insegna che ogni processo, per giungere a compimento, incontra dei "punti di deviazione" dove l'energia tende a cambiare direzione e a degradarsi. In questi punti, è necessaria l'introduzione di uno "shock addizionale" che solo una volontà cosciente e intenzionale può fornire. Spira, negando la validità della volontà individuale, condanna il ricercatore a rimanere prigioniero di ottave discendenti, convinto che il suo scivolare verso il basso sia un "fluire con la vita". La sua non-dualità è un sistema a bassa energia che non può sostenere alcun lavoro reale, perché ha rimosso la differenza di potenziale tra "ciò che sono" e "ciò che potrei essere". È una filosofia della sedia a rotelle che promette il volo a chi ha rinunciato a camminare, spacciando l'accettazione della propria impotenza per la realizzazione dell'Assoluto. In ultima analisi, la "Consapevolezza" di Spira somiglia tragicamente al Sole Assoluto di Gurdjieff in modo invertito e con una differenza fondamentale: mentre l'Assoluto gurdjieffiano emana attivamente per creare mondi e attira a sé la creazione attraverso la sintropia, la consapevolezza di Spira è un buco nero di passività che assorbe ogni significato senza restituire nulla alla manifestazione. È un "Uno" che nega il "Molteplice" invece di redimerlo. Chi si lascia sedurre da questo solipsismo di seta finisce per diventare un "uomo n. 3" ipertrofico, capace di spiegare l'universo ma incapace di cambiare un solo atomo della propria meccanicità. La vera trascendenza non si trova nel distacco dalle increspature, ma nella capacità di cavalcarle per risalire la corrente del raggio di creazione, sapendo che ogni sforzo è una goccia di sintropia versata nell'oceano dell'entropia cosmica. La via di Spira è il riposo del sognatore; la via del risveglio è la fatica del costruttore che, nel fuoco del desiderio consapevole, forgia la propria eternità contro il vento del tempo che muore nel passato. Chi segue Rupert Spira non sta risalendo verso l'Assoluto, ma sta semplicemente arredando la propria cella con tappeti di seta, convinto che chiamare la prigione "consapevolezza illimitata" equivalga ad averne varcato i cancelli. È una sterile genealogia dell'illusione: un errore che genera un errore, elevato a sistema da chi ha troppa paura di affrontare la propria meccanicità. Per comprendere la vacuità di questo approccio, immaginiamo un cartografo che, incaricato di tracciare la rotta per una nave in mezzo a una tempesta, decida di chiudersi nella stiva, spenga le luci e dichiari che l'oceano non esiste perché "non è presente nella sua attuale esperienza visiva". Egli inizia a disegnare mappe basate puramente sulla sensazione del dondolio, sostenendo che la nave non ha bisogno di motori (la volontà) né di una meta (il futuro sintropico), poiché la "natura fondamentale" della nave è la sua galleggiabilità astratta. Mentre le correnti entropiche trascinano lo scafo verso gli scogli, il cartografo sorride ai passeggeri dicendo: "Non c'è nessun naufragio, perché non c'è nessuna nave e non c'è nessuno che possa annegare". Questa è la filosofia che ignora l'esoterismo reale e la scienza moderna: un onanismo mentale che si scambia per trascendenza, mentre ignora che la realtà oggettiva è fatta di forze, attriti e direzioni che non smettono di esistere solo perché qualcuno ha deciso di "disidentificarsi" da esse. Se tali mercanti di sonniferi metafisici riscuotono tanto successo, è solo perché il mercato è saturo di pessimi studenti, figure che Gurdjieff avrebbe guardato con un misto di sdegno e pietà. Viviamo in un'epoca di "pappagalli spirituali" che imitano il linguaggio della non-dualità senza aver mai compiuto il sacrificio del proprio orgoglio intellettuale. Questi cercatori, ignoranti delle leggi della fisica moderna e dei rigori del vero sapere esoterico, credono a tutto per puro spirito di imitazione, seguendo il gregge verso il pascolo più comodo. La Neo-Advaita è la dieta spirituale perfetta per chi non ha denti per masticare la realtà: non richiede studio, non richiede sforzo, non richiede disciplina. Richiede solo di chiudere gli occhi e ripetere che "tutto è uno", una formula magica che serve a coprire il ronzio incessante di una macchina biologica che continua a funzionare nel sonno. Senza spirito critico, la ricerca diventa una moda, e il maestro diventa un influencer della vacuità, un tragico scenario in cui il cieco guida i pigri verso un miraggio che chiamano risveglio.



© 2026 Egidio Maria Bruno Presta




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