Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...
La maschera che chiamiamo familiarmente "nostro volto" non è, nella visione di Gurdjieff, un’espressione della nostra volontà, bensì il risultato fossile di anni di reazioni meccaniche involontarie. Quando Thomas de Hartmann descrive le ore trascorse a osservare il "Signor G" o a sottostare alle sue bizzarre richieste mimiche, non sta parlando di una tecnica teatrale, ma di una vera e propria operazione di smantellamento delle false identità e dell'identificazione con esse. La teoria che sottende alla "Danza delle Smorfie" parte dal presupposto che l’essere umano sia una macchina biologica i cui centri — intellettuale, emotivo e motorio — sono solitamente scollegati o, peggio, legati da catene di abitudini ferree. Il nostro viso è il palcoscenico dove questa meccanicità si manifesta con maggiore evidenza: abbiamo un modo fisso di sorridere, un modo automatico di accigliare la fronte e una precisa, per quanto inconsapevole, tensione della mascella che portiamo con noi come una corazza invisibile. Gurdjieff sosteneva che ogni emozione ricorrente scava dei solchi fisici, creando una struttura muscolare che finisce per imprigionare la psiche in quegli stessi stati emotivi. Se il tuo volto è "settato" sulla preoccupazione, finirai per sentirti preoccupato anche quando non ce n'è motivo, semplicemente perché i tuoi muscoli stanno inviando quel segnale al cervello. La "danza delle smorfie" interviene qui come un atto di sabotaggio consapevole. Non si tratta di fare facce buffe per divertimento, ma di forzare il sistema motorio a uscire dai suoi binari abituali. È un’indagine arguta sulla natura della nostra "falsa personalità". Obbligando un allievo ad assumere un’espressione di estremo disprezzo mentre interiormente cerca di mantenere la calma, o una smorfia di gioia estatica mentre il corpo è esausto, Gurdjieff creava un attrito. Questo attrito è il fuoco necessario per la "cottura" dell'essere: in quel divario tra ciò che il muscolo mima e ciò che la mente osserva, nasce la possibilità di una presenza reale che non è né il muscolo né l'emozione. L’esercizio del "Piatto della Bilancia" eleva ulteriormente questa ricerca, portandola sul piano della precisione matematica e dell'equilibrio dinamico. Teoricamente, l’idea della bilancia suggerisce che ogni nostra espressione sia un peso gettato su uno dei piatti della nostra economia interiore. Spesso viviamo sbilanciati, con un volto che "pesa" tutto verso l’esterno, nel tentativo di compiacere o influenzare gli altri, lasciando il piatto interno vuoto e privo di consapevolezza. Gurdjieff insegnava che la vera padronanza di sé inizia quando si è capaci di pesare ogni minima contrazione muscolare con la precisione di un orafo. In questa prospettiva, il viso diventa uno strumento di misurazione: quanta energia sto sprecando in questa tensione intorno agli occhi? Quanta consapevolezza posso mantenere mentre sposto il "peso" del mio sguardo da un punto all'altro? De Hartmann evoca l’immagine di una disciplina quasi scientifica, dove l’allievo deve imparare a isolare i muscoli facciali con la stessa indipendenza con cui un pianista muove le dita. La teoria qui suggerisce che la frammentazione dell'attenzione — ovvero la capacità di dirigere la volontà su diverse parti del viso simultaneamente — sia la chiave per risvegliare i centri. Se riesco a controllare consapevolmente la bilancia delle mie espressioni, smetto di essere un riflesso passivo dell’ambiente circostante. Non è più il mondo a "farmi" arrabbiare o a "farmi" sorridere; sono io che, attraverso l’uso consapevole del volto, decido quale parte di me deve essere presente. È un paradosso illuminante: attraverso l’artificio estremo della smorfia e del controllo millimetrico, si arriva alla distruzione dell’artificio primordiale, ovvero quella maschera abituale che scambiamo per il nostro vero io. In questo modo, il lavoro di Gurdjieff ci suggerisce che la libertà non è l’assenza di forma, ma la capacità di assumere qualsiasi forma senza lasciarsi imprigionare da nessuna di esse.
[Questa è solo l'anteprima introduttiva dei due esercizi, dopodiché vengono spiegati dettagliatamente gli aspetti pratici che potrete trovare nel libro indicato qui sotto.]
© 2026 Egidio Maria Bruno Presta
Anteprima tratta dal libro:
