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L'Autentica Quarta Via di Gurdjieff: Approfondita e Purificata dalle Distorsioni New Age

Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...

Buddha, Shankara, Teosofia, Neo-Advaita, Osho, Brizzi: Cronaca di una Millenaria Cascata di Errori


L’origine di quella che possiamo definire la grande deviazione della spiritualità orientale, e di riflesso di quella moderna, risiede in un colossale equivoco ermeneutico che ha trasformato un metodo pratico di risveglio in una nichilistica negazione metafisica. Il punto di partenza di questa catena di errori è il cosiddetto silenzio del Buddha, un silenzio che non era affatto un’assenza di conoscenza o una conferma del nulla, ma un atto di estrema onestà pedagogica e clinica. Il Buddha, muovendosi in un contesto saturo di speculazioni bramaniche astratte, comprese che dare definizioni dell’Assoluto o dell’Io Reale a uomini profondamente addormentati nel loro sonno meccanico non avrebbe fatto altro che nutrire la loro immaginazione, creando nuovi idoli mentali e nuovi attaccamenti filosofici. Egli scelse la via del silenzio sulle questioni metafisiche ultime perché la sua missione era quella di un medico, non di un teologo, e un medico non descrive la salute assoluta a un malato terminale, ma si concentra sulla rimozione della malattia. Tuttavia, questo silenzio strategico è stato il varco attraverso il quale si sono intrufolati i filosofi dei secoli successivi, i quali, incapaci di sostenere il peso del vuoto concettuale, hanno interpretato quella sospensione del giudizio come una dichiarazione ontologica di inesistenza. Qui si innesta la distorsione del termine "Anatta", comunemente tradotto come "non-io". Se analizziamo la predicazione originale attraverso le lenti della Quarta Via, appare evidente che l’Anatta non era la negazione dell’anima o di un principio divino nell’uomo, ma una precisa diagnosi clinica dell’uomo meccanico, ovvero di quell’essere che Gurdjieff descrive come una macchina priva di un centro di gravità permanente. Quando il Buddha diceva che il corpo non è il Sé, che le emozioni non sono il Sé e che i pensieri non sono il Sé, non stava dicendo che il Sé non esiste, ma stava invitando il ricercatore a constatare che in lui non esiste ancora un "Io" unitario, poiché l’uomo ordinario è una legione di piccoli "io" in conflitto tra loro. È straordinario notare come George S. Arundale e soprattutto Ananda Coomaraswamy abbiano evidenziato come il Buddha non abbia mai negato l'Atman delle Upanishad, ma abbia piuttosto negato che tale "Atman" potesse essere identificato con la personalità transitoria e frammentata. Coomaraswamy, insieme a studiosi del calibro di I.B. Horner e George Grimm, sostiene con forza che la dottrina originale del Buddha era una ricerca del Sé attraverso l'eliminazione di ciò che è non-Sé, un processo di spoliazione che presuppone l'esistenza di un nucleo reale che rimane dopo la distruzione dell'illusione. Eppure, questa distinzione è andata perduta. Gurdjieff, nel suo capolavoro "I racconti di Belzebù a suo nipote", conferma con una lucidità spietata questa degenerazione, raccontando come l'insegnamento di quello che lui chiama il Santo Buddha sia stato snaturato quasi immediatamente dopo la sua dipartita. Belzebù spiega che i seguaci del Buddha, non avendo raggiunto lo stato di coscienza del Maestro, iniziarono a interpretare i suoi insegnamenti letteralmente e attraverso il filtro delle proprie limitazioni psichiche. In meno di due secoli, quella che era una tecnica scientifica per la cristallizzazione dell'essere venne trasformata in una religione e in un sistema filosofico astratto dominato da ciò che Gurdjieff definisce "versare il vuoto nel nulla", ovvero l'attività mentale che sostituisce l'esperienza diretta con la speculazione logica. I filosofi buddisti dei secoli successivi, cristallizzando la dottrina del vuoto e dell'impermanenza, hanno creato un paradosso metafisico: hanno negato l'esistenza del soggetto proprio mentre cercavano di liberarlo, finendo per consegnare ai posteri una dottrina che vede la liberazione come un’estinzione piuttosto che come la realizzazione dell'Io Reale. Questa cascata di incomprensioni ha fatto sì che la diagnosi del Buddha sulla meccanicità umana venisse scambiata per una verità ultima sull'inesistenza dell'Assoluto, un errore che ha poi costretto Shankara, secoli dopo, a reagire con una struttura filosofica altrettanto estrema e reattiva per salvare l'autorità dei Veda, gettando così le basi per quell'ulteriore irrigidimento concettuale che oggi chiamiamo "Advaita". Il tradimento del silenzio di Buddha consiste dunque nell'aver riempito quel vuoto fecondo con il concetto di nulla, impedendo ai ricercatori successivi di comprendere che la vera Via non nega l'Essere, ma nega la pretesa che l'uomo così com'è, nella sua frammentazione quotidiana, possa già dirsi in possesso di un "Io reale" senza aver compiuto il faticoso lavoro di unificazione e di risveglio di cui il Buddha era stato l'araldo e che Gurdjieff avrebbe poi cercato di riportare alla sua cruda e necessaria chiarezza pratica. Il secondo atto di questa catena di incomprensioni si consuma attraverso la radicale mutazione semantica del termine "Maya", un’operazione che ha trasformato il "potere creativo della divinità" in una "condanna all'illusione", segnando per secoli il destino della ricerca spirituale indiana e occidentale verso una direzione di fuga e negazione. Se risaliamo alle radici vediche, scopriamo che il concetto di Maya non aveva nulla a che vedere con l'accezione di "inganno" o "sogno irreale" che le è stata cucita addosso successivamente; come dimostrato da studiosi del calibro di Jan Gonda e Alain Daniélou, la radice sanscrita mā-, che significa misurare, costruire o dare forma, indicava originariamente il potere magico e divino mediante il quale l'Assoluto manifesta l'universo sensibile. In questo contesto arcaico, Maya era la "misura" dell'infinito, lo strumento attraverso cui l'invisibile si rendeva visibile, una potenza cosmica di architettura spirituale che non negava la realtà del mondo, ma ne esaltava la natura di opera sacra. Gurdjieff conferma questa visione quando nel "Belzebù" afferma chiaramente che ogni fenomeno è oggettivo, non un'illusione, in quanto ogni fenomeno è una frazione di qualche processo integrale che sta avvenendo sul Sole Assoluto. Negare l'oggettività del frammento significherebbe negare l'oggettività del tutto. Tuttavia, l'operazione condotta da Adi Shankara nell'VIII secolo d.C. ha operato un ribaltamento totale, non per una rivelazione esoterica superiore, ma per una stringente necessità polemica e politica. Shankara si trovava di fronte a un Induismo indebolito, assediato dalla logica schiacciante del Buddismo e del Giainismo che, come abbiamo visto, avevano già distorto il silenzio del Buddha trasformandolo in una dottrina della vacuità. Per riconquistare il terreno perduto e ridare autorità ai Veda, Shankara (un semplice "uomo n.3", in cui predomina il centro intellettuale) scelse di combattere il fuoco con il fuoco: adottò gli strumenti dialettici dei buddisti, in particolare la distinzione tra realtà assoluta e realtà relativa, e ridefinì "Maya" non più come il potere creativo di Dio, ma come una sovrapposizione illusoria (adhyasa) prodotta dall'ignoranza. In questa manovra, che fu una disputa filosofica volta a unificare le sette induiste sotto un unico vessillo razionale, il mondo fenomenico venne declassato a "pura apparenza maligna", un velo che deve essere squarciato anziché compreso. Questo errore di prospettiva ha generato millenni di ascesi negativa, in cui il corpo, la natura e l'intera manifestazione sono stati percepiti come nemici della liberazione o come una prigione da cui evadere, distruggendo l'idea del mondo come scuola o come laboratorio per la cristallizzazione dell'essere. Ciò che rende l'operazione di Shankara profondamente problematica dal punto di vista del sapere esoterico oggettivo è il suo tentativo di passare direttamente dalla dualità (dvaita) all'unità (advaita) ignorando completamente la Legge del Tre, ovvero quel principio fondamentale che governa ogni processo creativo nell'universo. Come insegnato nelle vere scuole iniziatiche e ribadito da Gurdjieff, la dualità non può essere conciliata o trascesa semplicemente negando uno dei due poli o collassandoli in un Uno indistinto e astratto; la trascendenza della dualità avviene solo attraverso l'introduzione della terza forza, la forza neutralizzante o riconciliatrice, che permette il passaggio a un nuovo ordine di realtà senza annullare gli elementi di partenza. Shankara, agendo da mero filosofo e non da iniziato a conoscenza delle leggi cosmiche, ha cercato di risolvere il conflitto tra "io" e "mondo" attraverso una cancellazione logica tipica della mente ordinaria meccanica, e ignorando del tutto anche il Principio di Scala e di Relatività spiegati da Gurdjieff: se esiste solo l'Uno, allora il due deve essere necessariamente un errore mentale. Questo è un "salto" metafisico che ignora la struttura ternaria della creazione e che trasforma la filosofia in una raffinata trappola intellettuale. La raffinatezza e l'eleganza del sistema di Shankara non devono trarre in inganno: si tratta di una costruzione monumentale eretta su fondamenta fallaci, una catena di sillogismi che poggia sugli errori dei buddisti per produrre una nuova forma di cecità. Questo dimostra che anche la speculazione più incantevole e logica può essere nient'altro che un banale errore se non tiene conto delle leggi fondamentali che regolano l'energia e la coscienza. In questo senso, Shankara e i suoi successori non appaiono come maestri di una scuola esoterica reale, ma come brillanti accademici della metafisica che hanno elaborato errori preesistenti rendendoli più sofisticati e appetibili, portando la ricerca spirituale in un vicolo cieco dove l'unico obiettivo è la "disidentificazione" intesa come fuga, invece della "presenza" intesa come integrazione e padronanza delle leggi della manifestazione. Il risultato finale di questa mutazione di Maya è stato lo svuotamento di significato dell'azione umana nel mondo: se tutto è un'illusione malevola, non c'è più spazio per il lavoro su di sé inteso come trasformazione della materia, ma solo per un distacco mentale che, come vedremo a breve, sfocia inevitabilmente nel letargo della Neo-Advaita contemporanea. Comprendere l'Advaita Vedānta di Shankara significa spogliarla della sua aura di misticismo trascendente per rivelarne la vera natura di "arma di difesa" intellettuale, un sistema logico-militare eretto con lo scopo preciso di arginare il dilagare delle dottrine buddiste e giainiste che stavano sgretolando l'ordine sociale e religioso dell'India medievale. L'operazione di Shankara fu una magistrale manovra di "guerra psicologica" filosofica: egli comprese che per sconfiggere il Buddismo non poteva limitarsi a citare i Veda, ma doveva appropriarsi della logica dialettica dei suoi avversari per volgerla contro di loro. In questo senso, Shankara divenne il più grande "buddista mascherato" (Prachanna Bauddha) della storia indù; egli adottò la teoria della realtà a due livelli e la dottrina della vacuità trasformandola nel concetto di "Brahman senza attributi" (Nirguna Brahman). Tuttavia, ciò che nacque come uno scudo dialettico per proteggere l'identità indù finì per trasformarsi in una gabbia concettuale paralizzante. Il cuore dell'errore risiede nella dottrina del Vivartavāda, la teoria secondo cui l'universo è solo un'apparenza illusoria che non altera la sostanza della realtà. Sebbene questo servisse a Shankara per dimostrare l'immutabilità del Divino contro l'impermanenza buddista, l'effetto collaterale fu la negazione sistematica della necessità dello sforzo individuale. In un universo dove tutto è già perfetto e dove l'io è un'illusione che non è mai esistita realmente, il concetto di "Lavoro su di sé" nel senso gurdjieffiano del termine diventa logicamente superfluo. Qui si consuma il tradimento del sapere esoterico oggettivo a favore della speculazione metafisica: se non esiste un "io" reale, non esiste nessuno che debba svegliarsi, nessuno che debba sforzarsi e nessuna scala da salire. Questa impostazione ha fornito l'alibi perfetto per millenni di inerzia spirituale, trasformando la ricerca della verità in un esercizio di ginnastica mentale. Questa stessa trappola è stata ripresa in epoca moderna da figure come Osho e Salvatore Brizzi, che hanno ulteriormente volgarizzato e radicalizzato questi concetti per un pubblico contemporaneo affamato di soluzioni rapide. Osho, con la sua retorica della "non-azione" e della spontaneità totale, ha elevato l'errore di Shankara a dogma moderno, convincendo generazioni di ricercatori che lo sforzo e la disciplina siano semplici espressioni dell'ego e che basti una sorta di rilassamento cosmico per "accorgersi" di essere già illuminati. In questo modo, egli ha rimosso la necessità della frizione e del superamento della sofferenza intenzionale, elementi che Gurdjieff considerava indispensabili per la creazione dei corpi superiori. Allo stesso modo, Salvatore Brizzi, pur attingendo inizialmente al rigore della Quarta Via, ha finito per scivolare in una sorta di Neo-Advaita radicale dove la negazione dell'esistenza dell'io viene usata come un martello pneumatico che distrugge non solo l'ego della personalità, ma anche la possibilità stessa di costruire l'Io Reale. Affermare, come fa Brizzi in alcune sue opere più recenti, che "non c'è nessuno" o che l'osservatore stesso è un'illusione, significa saltare brutalmente il principio di scala e la legge della gradualità, entrambi importantissimi all'interno della Quarta Via autentica. Queste visioni, pur affascinanti e apparentemente liberatorie, agiscono come un anestetico spirituale; esse sostituiscono il duro lavoro di osservazione di sé e di lotta contro la meccanicità con una comprensione intellettuale che dà l'illusione del risveglio mentre il soggetto continua a dormire profondamente. L'Advaita, nata per difendere una religione, è diventata così il fondamento di un bypass spirituale che permette all'uomo moderno di evadere dalla responsabilità del proprio sviluppo evolutivo, rifugiandosi in un'astrazione dove, non essendoci nessuno, non c'è nemmeno nulla da cambiare. Questo dimostra come una filosofia nata come arma di difesa sociale possa diventare, se priva delle chiavi esoteriche della trasformazione energetica, il più sottile e pericoloso degli ostacoli sul cammino della vera realizzazione dell'Essere. L’esito finale di questa lunga e tortuosa catena di incomprensioni storiche, filologiche e metafisiche trova il suo desolante compimento in quella che oggi viene definita Neo-Advaita, il vero e proprio capolinea di un processo di decadenza spirituale che ha trasformato la ricerca della verità in un sofisticato bypass psicologico. La moda contemporanea del "non c’è nessuno" e del "non c’è nulla da fare" non è altro che un narcotico intellettuale somministrato a una massa di ricercatori pigri, i quali, sedotti dalla promessa di una liberazione senza sforzo, si convincono di essere arrivati alla meta senza aver mai nemmeno compiuto il primo passo del cammino. Questa deriva non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici proprio nel pilastro metafisico dell’Advaita Vedānta che, nel XIX secolo, divenne la colonna vertebrale della Teosofia moderna di Helena Petrovna Blavatsky. È fondamentale comprendere che l’intera impalcatura teosofica, pur presentandosi come la sintesi universale di scienza, religione e filosofia, non è altro che un’elaborazione intellettuale fondata sulle astrazioni di Shankara, un sistema che Gurdjieff ha denunciato senza appello come dottrina pseudo-esoterica. La Teosofia ha preso la complessità delle leggi cosmiche e l'ha ridotta a uno schema mentale rigido e suggestivo, dove l'evoluzione dell'anima viene descritta come un processo automatico e la realtà ultima come un’unità indistinta che nega la necessità della lotta consapevole. In questo calderone di deviazioni si inserisce perfettamente la figura di Salvatore Brizzi, il quale rappresenta l'esempio perfetto di come un "minestrone" di errori possa essere spacciato per alta conoscenza iniziatica. Nel sistema di Brizzi confluiscono i fraintendimenti buddisti sull'io, la dialettica reattiva di Shankara, la provocazione radicale di Osho e le astrazioni teosofiche, creando un prodotto ibrido che seduce il pubblico grazie a una terminologia gurdjieffiana svuotata però del suo rigore pratico. La notorietà di tali figure si fonda esclusivamente sulla totale ignoranza storica e filologica del pubblico che le segue: una massa di ricercatori che agisce per fede acritica e che, non possedendo gli strumenti per verificare l'origine e la mutazione dei termini che ascolta, scambia per verità assoluta quello che è solo un errore storico sedimentato. Se questo pubblico non fosse così inetto e intellettualmente pigro, saprebbe che dire "l'io non esiste" a un uomo meccanico è come dire a un paralitico che camminare è un'illusione: serve solo a giustificare la sua immobilità. La gravità di questo insegnamento risiede nel fatto che esso agisce direttamente sulla formazione del centro di gravità permanente dell'individuo. Per un serio studente della Quarta Via, l'obiettivo è la cristallizzazione di un centro di coscienza che possa resistere alle influenze esterne, ma se questo centro viene costruito su basi false, su concetti che negano lo sforzo e sulla convinzione che la dualità sia solo un errore da ignorare, l'intera struttura psichica ne risulterà irrimediabilmente compromessa. Un centro di gravità formato su errori è un centro malato che impedirà per sempre al ricercatore di riconoscere e contattare una vera scuola esoterica, poiché la sua percezione sarà tarata su una frequenza di auto-inganno e di bypass spirituale. Bisogna stare lontani come la peste da queste dottrine fondate sulla propagazione dell'errore, perché esse pregiudicano un cammino che, anche quando intrapreso su basi corrette, rimane estremamente difficile e pericoloso. Solo attraverso lo studio rigoroso dei testi originali di Gurdjieff e della linea a lui direttamente collegata, costituita da seri e validi studenti — spogliati dai commenti dei filosofi da bar e dei sognatori moderni — è possibile porre le fondamenta per una reale auto-iniziazione. Formare il proprio essere su basi corrette significa accettare la realtà della propria meccanicità, la necessità di una terza forza per conciliare le dualità e l'imperativo dello sforzo intenzionale come unico mezzo per creare ciò che la natura, da sola, non ci ha fornito. Chi sceglie la scorciatoia della Neo-Advaita e delle sue imitazioni moderne sceglie di rimanere in un sonno ancora più profondo del precedente, convinto di essersi svegliato proprio mentre sta sognando la propria illuminazione. La vera ricerca richiede onestà intellettuale e il coraggio di ammettere che, prima di poter dire di essere l'Uno, bisogna aver faticosamente smesso di essere i Mille.



© 2026 Egidio Maria Bruno Presta








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