Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...
La provocazione che Gurdjieff lancia al ricercatore spirituale è una di quelle che non lasciano spazio a compromessi o a facili scappatoie intellettuali, poiché egli pone il rapporto con i propri genitori non sul piano della morale convenzionale, ma su quello, ben più rigido e inappellabile, della misura dell'essere. Nell'universo della Quarta Via, la capacità di amare i propri genitori, specialmente quando questi non offrono ragioni apparenti per essere amati, non è un suggerimento devozionale, bensì un vero e proprio termometro oggettivo della realtà interiore di un individuo. Se consideriamo l'uomo come una macchina biologica reattiva, l'amore comune — quello che Gurdjieff chiamava con una certa ironia l'amore dei polli — è sempre condizionato e reciproco: amiamo chi ci gratifica, chi ci protegge, chi conferma la nostra immagine ideale. Ma l'amore oggettivo, quello che appartiene all'uomo sveglio, deve essere in grado di fluire indipendentemente dallo stimolo esterno. In questo senso, il genitore diventa la palestra suprema, il banco di prova dove ogni finzione spirituale cade. Il paradosso che emerge è quasi brutale nella sua chiarezza: la vera statura di un uomo si misura proprio laddove il genitore non incoraggia l'amore, laddove è stato carente, aspro o persino distruttivo. Se in quella specifica siccità affettiva un figlio riesce a generare un sentimento di amore consapevole, allora significa che ha smesso di essere un riflesso meccanico dell'ambiente circostante e ha iniziato a possedere un "centro di gravità" permanente. In quella resistenza, in quel rifiuto di reagire meccanicamente all'offesa o alla mancanza, si forgia l'anima. Questa visione si intreccia profondamente con la radice dell'ebraismo antico, dove il comandamento di onorare il padre e la madre è legato al termine Kavod, che non indica un'emozione sentimentale, ma il concetto di peso e di onore ontologico. Onorare significa dare peso alla sorgente, riconoscere che i genitori sono i soci di Dio nel mistero della creazione, indipendentemente dalle loro qualità caratteriali. Gurdjieff sposta questa legge dal tempio alla psicologia vissuta, ricordandoci che se non siamo in grado di amare il visibile, ovvero le persone che ci hanno dato la carne e il sangue, ogni nostro proclama di amore per l'invisibile, per Dio o per l'Umanità, rimane una menzogna della personalità, un rumore mentale privo di vibrazione reale. E se siamo distruttivi e violenti con il prossimo la nostra pretesa di amare i nostri genitori resta una spudorata menzogna. Esiste una connessione tecnica tra la riconciliazione con i genitori e l'accesso al divino: il risentimento verso la madre o il padre agisce come un parassita energetico che sigilla il cuore, impedendo alla forza vitale di risalire verso i centri superiori. Mentre il mondo moderno ci spinge spesso verso una sterile analisi delle colpe genitoriali, etichettando traumi e mancanze come scuse per il nostro ristagno, la Quarta Via ci chiede un ribaltamento radicale. Ci chiede di vedere i genitori non come figure mitologiche onnipotenti che ci hanno deluso, ma come esseri parimenti addormentati, prigionieri della loro stessa meccanicità, che hanno trasmesso ciò che potevano in base a ciò che avevano ricevuto. Amare il genitore difficile significa dunque compiere un atto di amore verso la vita stessa, accettando che la luce del risveglio deve passare attraverso il perdono del passato. All'estremo opposto di questa vetta spirituale si consuma la tragedia dell'uomo moderno che, pur avendo ricevuto amore e sacrificio da genitori amabili, finisce per trattarli come scarti di un processo produttivo, abbandonandoli in una casa di riposo tra estranei non appena diventano un ingombro. In questo gesto di ingratitudine non c'è solo un fallimento morale, ma un'atrofia dell'essenza: chi getta via le proprie radici perché sono diventate "pesanti" sta in realtà amputando la propria capacità di ricevere forza dal cosmo. Per Gurdjieff, un uomo simile è "un pezzo di carne che occupa spazio", poiché ha tradito la legge fondamentale del debito e della restituzione. Il parallelismo con la tradizione cristiana diventa qui evidente, dove l'amore per il prossimo deve iniziare necessariamente nel focolare domestico, altrimenti non è carità ma vanità. Onorare i genitori significa dunque stare davanti alla loro fragilità, alla loro vecchiaia e persino ai loro errori con una presenza incrollabile, sapendo che in quel sacrificio volontario di sé, in quel restare quando la personalità vorrebbe scappare, si sta ripagando il debito verso la Natura. Solo risolvendo questo conflitto primordiale l'individuo può sperare di guardare se stesso senza maschere, integrando le parti d'ombra che ha ereditato e trasformandole in oro spirituale. Senza questo passaggio, ogni pratica meditativa o studio esoterico resta un castello di sabbia, perché la base della piramide — il rapporto con l'Origine — è incrinata. La capacità di amare i propri genitori a prescindere da come sono stati è, in ultima analisi, l'atto di nascita dell'Uomo reale, l'unico ponte possibile tra la meccanicità biologica e la libertà dello Spirito. Il secondo pilastro dell'insegnamento di Gurdjieff riguardo alla riconciliazione con le proprie radici si addentra in uno dei concetti più radicali e, per certi versi, scandalosi della Quarta Via: la meccanicità dell'essere umano. Per comprendere davvero cosa significhi amare i propri genitori "a prescindere", è necessario spogliarsi di ogni visione romantica o moralistica dell'umanità e accettare l'idea che la stragrande maggioranza delle persone, inclusi coloro che ci hanno messo al mondo, vive in uno stato di sonno profondo, agendo come vere e proprie macchine biologiche. In quest'ottica, il perdono non è più un atto di magnanimità o una forzatura sentimentale del cuore, ma diventa un perdono oggettivo, figlio di una visione chiara della realtà. Quando guardiamo ai traumi del passato, alle negligenze o alle asprezze ricevute durante l'infanzia, la nostra personalità ferita tende istintivamente a cercare un colpevole, un individuo dotato di libero arbitrio che ha scelto deliberatamente di farci del male o di non amarci come meritavamo. Gurdjieff distrugge questa illusione, spiegando che i nostri genitori non "agivano", ma erano "mossi" da forze esterne e interne che non potevano minimamente controllare. Erano, a loro volta, vittime di se stessi, il prodotto di catene di condizionamenti, di eredità psicologiche pesanti e di una mancanza cronica di presenza a se stessi. In questa prospettiva, la loro incapacità di darci ciò di cui avevamo bisogno non era una scelta maligna, ma un'impossibilità tecnica. Come si può pretendere che un cieco ci descriva i colori, o che una macchina programmata per la sopravvivenza agisca con la grazia di un essere consapevole? Qui il parallelismo con la compassione buddhista si fa abbagliante: nel Buddhismo, ogni essere senziente è visto come prigioniero del ciclo del Samsara, mosso dall'ignoranza e dalle passioni; odiare qualcuno per la sua ignoranza è come arrabbiarsi con il fuoco perché brucia. Sviluppare questa visione oggettiva significa operare una vera e propria dissezione chirurgica del risentimento. Il ricercatore spirituale impara a guardare il proprio padre o la propria madre non più attraverso la lente del "figlio bisognoso", ma come un osservatore distaccato che vede due esseri umani prigionieri di una prigione invisibile. Si inizia a scorgere in loro il bambino mai cresciuto, la paura mai confessata, la ripetizione meccanica di gesti e parole che appartenevano ai nonni e ai bisnonni prima di loro. Questa è la traduzione pratica e psicologica dell'invocazione di Cristo: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Non si tratta di una giustificazione morale delle loro azioni, ma di una constatazione di fatto: non sapevano, perché non erano presenti; non potevano fare altrimenti, perché erano macchine. Il perdono oggettivo nasce dunque nel momento in cui la nostra comprensione diventa più grande del nostro dolore. Finché nutriamo rancore, siamo ancora legati a loro in modo meccanico, siamo ancora "loro vittime" e quindi, in un certo senso, ancora parte della loro stessa macchina. Solo quando realizziamo che il loro comportamento era il risultato inevitabile di una serie di cause e influenze, il legame del risentimento si scioglie, lasciando spazio a una pietà profonda che non è condiscendenza, ma riconoscimento di una comune miseria umana. Questo passaggio è fondamentale per il "Lavoro", perché permette di smettere di sprecare energia nel tentativo di cambiare il passato o di esigere riparazioni da chi non ha nulla da dare. L'amore oggettivo verso i genitori diventa allora il riconoscimento della loro prigionia meccanica, un atto che libera il figlio dalla necessità di essere un reattore emotivo. Comprendere la meccanicità dell'altro è il primo passo per iniziare a lavorare sulla propria, poiché ci si rende conto che, senza uno sforzo intenzionale, siamo destinati a ripetere gli stessi schemi, diventando a nostra volta genitori addormentati per le generazioni future. In questo senso, il perdono oggettivo è un atto di igiene spirituale che pulisce il canale della nostra percezione, permettendoci di vedere gli altri per quello che sono veramente: esseri che soffrono senza sapere perché, che feriscono senza volerlo e che, nonostante tutto, hanno permesso alla vita di passare attraverso di loro. Solo abbracciando questa verità cruda e priva di abbellimenti, l'individuo può dirsi veramente adulto e pronto a intraprendere la via verso la propria liberazione, poiché ha smesso di combattere contro mulini a vento e ha iniziato a guardare la realtà con gli occhi della Coscienza. Il concetto del debito ontologico e della gerarchia dell'essere rappresenta forse il punto più metafisico e meno psicologico dell'intera impalcatura gurdjieffiana, poiché sposta l'asse della discussione dal piano dei sentimenti personali a quello delle leggi universali che governano la vita. Nella visione della Quarta Via, ogni individuo non è un'isola autosufficiente o un prodotto del caso, ma un anello in una catena ininterrotta di trasmissione energetica che risale fino all'origine stessa della creazione. Considerare i propri genitori semplicemente come due individui con pregi e difetti significa fermarsi alla superficie della manifestazione, ignorando la funzione cosmica che essi hanno assolto: essere il canale attraverso cui la forza creativa dell'universo, quella "Grande Vita" che i Sufi chiamano l'Alito del Misericordioso, è giunta fino a noi. Questo atto di trasmissione genera un debito oggettivo che Gurdjieff definiva come il "dovere di ripagare la Natura per il dono della propria esistenza". In questo senso, onorare i genitori non è un atto di sottomissione a un'autorità esterna, ma un riconoscimento della gerarchia della vita. È qui che il pensiero di Gurdjieff si fonde perfettamente con la dottrina confuciana della pietà filiale, lo Xiao, che vede nel rapporto figlio-genitore la radice di ogni virtù e l'ordine fondamentale su cui poggia l'armonia dell'universo. Se un uomo nega il valore della propria origine, egli sta simbolicamente e tecnicamente recidendo le radici che lo nutrono. Immaginiamo l'essere umano come un albero: se l'albero decidesse di disprezzare il terreno o le radici perché le trova sporche o poco eleganti, egli cesserebbe semplicemente di ricevere la linfa vitale. Lo stesso accade sul piano energetico secondo la Quarta Via: il risentimento agisce come un'ostruzione in una conduttura. Se il flusso di gratitudine verso il passato è bloccato, l'energia necessaria per l'evoluzione consapevole nel presente non può scorrere. Il debito verso i genitori è considerato un debito verso la Natura stessa perché sono stati loro a fornire il "materiale" biologico e la possibilità di incarnazione senza la quale nessun "Lavoro" sarebbe possibile. Anche nelle tradizioni islamiche e in particolare nel Sufismo, il rispetto per i genitori è posto immediatamente sotto l'adorazione di Dio, poiché essi rappresentano il ponte visibile tra il Creatore e la creatura. Gurdjieff insisteva sul fatto che l'uomo non può saltare i gradini della scala dell'essere: non puoi pretendere di connetterti con l'Assoluto se hai un conflitto irrisolto con la fonte immediata della tua vita. Questo debito è ontologico perché riguarda l'Essere, non il Sapere. Non importa ciò che i genitori abbiano o non abbiano fatto, siano o non siano stati a livello della personalità; ciò che conta è che siano stati i guardiani della porta attraverso cui siamo entrati in questo mondo. Rifiutare questa porta significa rifiutare la propria appartenenza alla vita. Molti ricercatori spirituali commettono l'errore di pensare che l'evoluzione sia un processo puramente individuale, una scalata solitaria verso la vetta, ma per Gurdjieff non si può salire se non si è prima "saldato il conto" con chi ci sta dietro. Questo onorare diventa allora un atto di umiltà cosmica: ammettiamo di non esserci fatti da soli, di non essere padroni assoluti della nostra esistenza, ma debitori verso una catena di antenati che, nonostante tutte le loro miserie e il loro sonno, hanno mantenuto accesa la fiamma della vita fino a noi. Chi comprende questo debito sperimenta un mutamento di vibrazione interiore; non guarda più i genitori con la pretesa di un bambino che esige amore, ma con la gravità di un adulto che riconosce un dono inestimabile. In questa prospettiva, l'ingratitudine non è solo una mancanza morale, ma una cecità metafisica, un errore di calcolo che condanna l'individuo a restare un frammento isolato e sterile. Onorare la sorgente, anche quando essa appare torbida ai nostri occhi soggettivi, è l'unico modo per permettere alla linfa della consapevolezza di fluire verso i rami più alti del nostro essere, rendendo possibile quella trasformazione interiore che è lo scopo ultimo della Quarta Via. Solo integrando la propria storia e accettando la gerarchia che ci ha generato, l'uomo può smettere di essere un parassita della vita e diventare un collaboratore della creazione, capace di stare verticalmente davanti all'Assoluto con la dignità di chi ha onorato le proprie radici. La tragedia dell'ingratitudine e il tradimento del sacrificio genitoriale rappresentano, nella cosmologia di Gurdjieff, una delle manifestazioni più oscure della degenerazione dell'essenza umana, un punto di non ritorno dove l'individuo smette di essere un potenziale ricercatore della verità per trasformarsi in quello che il maestro chiamava un parassita della vita. Gurdjieff era implacabile su questo punto: chi non è in grado di prendersi cura di chi gli ha dato la vita, specialmente quando quel "donatore" è stato amabile e si è sacrificato, dimostra di avere un'essenza "morta" o gravemente malata. Questo tradimento è condannato con una forza vibrante da tutte le tradizioni religiose, che vedono nell'ingratitudine filiale il peccato contro lo Spirito per eccellenza. Nel Corano, il divieto di dire anche solo un "uff" di insofferenza verso i genitori anziani non è un eccesso di zelo, ma una protezione contro la frammentazione dell'essere; nella Bibbia, l'avvertimento che la lampada di chi maledice o abbandona i genitori si spegnerà nel buio più fitto indica una conseguenza tecnica: chi interrompe il flusso della gratitudine spegne la propria luce interiore. La modernità giustifica spesso l'abbandono con la mancanza di tempo, con lo stress o con l'esigenza di vivere la propria vita "pienamente", ma per un osservatore della Quarta Via queste sono solo razionalizzazioni della personalità per nascondere l'atrofia del Centro Emozionale. Onorare un genitore amabile nella sua fase di declino è l'ultima e più sacra possibilità di ripagare il debito ontologico. Stare accanto alla fragilità, alla perdita di memoria, alla decadenza fisica di chi un tempo ci ha protetto richiede una presenza reale, un'osservazione di sé che distrugge l'egoismo meccanico. Chi scappa da questo compito, chi sceglie di non vedere e di non toccare la sofferenza di chi lo ha generato, perde l'occasione di diventare un uomo reale. Egli resterà per sempre un bambino viziato e parassita, incapace di sostenere il peso di qualsiasi verità superiore, poiché ha fallito nel compito umano più elementare. L'abbandono in mezzo a sconosciuti non è solo un atto di crudeltà verso il genitore, ma è un atto di negazione della propria storia; è come se il figlio cercasse di cancellare il fatto di essere stato amato per non doverne rispondere. Ma nell'universo di Gurdjieff, nulla va perduto e ogni debito non pagato si trasforma in una zavorra che impedisce il volo. Quando quel genitore morirà in solitudine, il figlio scoprirà che il "peso" di cui voleva liberarsi non è sparito, ma si è trasferito all'interno, sotto forma di un'inquietudine sorda e inesplicabile, una frattura nell'essere che nessuna meditazione o studio intellettuale potrà mai ricomporre. Solo chi ha il coraggio di onorare il sacrificio ricevuto, restando presente fino all'ultimo respiro, può dirsi un vero figlio della vita e, di conseguenza, un potenziale erede della coscienza universale. L’integrazione speculare e la riconciliazione finale con l’immagine dei propri genitori rappresentano il culmine del Lavoro su di sé, poiché conducono alla risoluzione del conflitto più intimo e lacerante dell’essere umano: quello con la propria stessa sostanza. Nella prospettiva di Gurdjieff, noi non siamo entità nate dal nulla o create per generazione spontanea, ma siamo letteralmente il prolungamento fisico, psichico e vibrazionale di coloro che ci hanno preceduto. Ogni cellula del nostro corpo e ogni tendenza meccanica della nostra personalità portano l’impronta indelebile dei nostri genitori, e proprio per questo motivo odiare il padre o la madre, o nutrire verso di loro un risentimento cronico, equivale tecnicamente a vivere in uno stato di odio di sé permanente. Il ricercatore della Quarta Via scopre ben presto che molte delle caratteristiche che critica aspramente nei propri genitori, e negli altri, sono le stesse che, in forma più o meno latente, si sono cristallizzate nella propria ombra. Se rifiutiamo le nostre radici perché le giudichiamo "sbagliate" o "insufficienti", stiamo in realtà rifiutando il materiale grezzo di cui siamo fatti, rendendo impossibile qualsiasi opera di alchimia interiore; non si può infatti trasformare il piombo in oro se prima non si accetta di possedere quel piombo. L’amore oggettivo verso i genitori diventa dunque l’unica via per l’integrazione del Sé: finché il genitore rimane un nemico esterno da giudicare, la nostra psiche resterà divisa tra una parte che osserva e una parte che subisce l’eredità del passato. Quando invece riusciamo a guardare i nostri genitori con la comprensione della loro meccanicità e con il riconoscimento del debito ontologico che abbiamo nei loro confronti, quel "nemico" viene riassorbito e integrato. Questo processo di riconciliazione speculare è ciò che permette di smettere di essere figli per diventare finalmente uomini e donne adulti; onorare la propria origine, sia essa stata un sentiero fiorito o una valle di lacrime, significa smettere di recitare la parte della vittima e assumersi la piena responsabilità del proprio Essere. Solo un uomo che ha fatto pace con la propria sorgente può stare verticalmente davanti all'Assoluto, perché non ha più bisogno di proiettare all'esterno le proprie mancanze o di cercare colpevoli per il proprio stato di sonno. Amare se stessi, nel senso gurdjieffiano del termine, non ha nulla a che vedere con il narcisismo della personalità, ma è l'accettazione profonda e consapevole della propria totalità, che include inevitabilmente la totalità dei nostri genitori. Questo è il passaggio finale in cui l’amore per i genitori e l’amore per Dio si fondono in un unico atto di presenza: un sì incondizionato alla vita così come è stata, così come è, e così come potrà diventare attraverso il nostro sforzo cosciente. Chi giunge a questa sintesi non è più una macchina mossa da fili invisibili tesi dal passato, ma è un essere umano che ha finalmente trovato il proprio centro di gravità permanente, pronto a partecipare consapevolmente all'opera della Creazione.
