Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...
La celebre massima di Krishnamurti, secondo cui la più alta forma di intelligenza consiste nell'osservare senza giudicare, è spesso oggetto di interpretazioni errate. Oggi si è creata una sorta di "polizia del pensiero" che confonde la neutralità emotiva con la cecità cognitiva. Se eliminiamo la capacità di distinguere il letame dall'oro, non stiamo diventando "illuminati", stiamo diventando disfunzionali. Nelle tradizioni orientali care a Krishnamurti, esiste un termine preciso: Viveka (Discernimento). È la capacità della mente di distinguere il reale dall'irreale, il sano dal malato, l'utile dall'inutile. È una funzione dell'intelligenza. Il giudizio e la condanna sono l'aggiunta di un carico emotivo ("mi disgusta", "non dovrebbe essere così") o di un'etichetta morale definitiva ("è cattivo") che chiude la comunicazione con l'oggetto. Nella quarta via esiste una massima che dice: "Rifiutiamo tutto ciò che non siamo in grado di comprendere". Se senti puzza di letame e dici "qui puzza", stai esercitando Viveka. Se aggiungi "chi ha sporcato è una persona orribile e questo posto mi rovina la giornata", stai entrando nel giudizio che incatena il falso ego. Gurdjieff era un maestro nell'uso del linguaggio oggettivo. Quando definiva qualcuno "merda di merda", non stava cercando di offenderlo o di sfogare rabbia, si trattava di una diagnosi precisa e spietata. Per Gurdjieff, l'uomo ordinario è una macchina reattiva, senza volontà e senza anima. Definirlo "merda" era una constatazione chimico-biologica: materiale organico che si decompone senza aver mai cristallizzato una coscienza superiore. E aggiungeva un dettaglio che ne svelava anche la valenza pratica: "Non voglio che siate merda. Così prima vi faccio sentire come merde. Solo da lì si può cominciare". Se l'uomo non si vede e sente esattamente come è: una merda - non ha alcuna possibilità di smettere di esserlo. E non deve solo osservarlo, ma sentirlo con tutta la propria massa. Il motivo per cui oggi se dici "profuma" non vieni criticato, mentre se dici "puzza" sì, è dovuto a una forma di positivismo tossico. Molte persone usano il "non giudizio" come una maschera per la propria incapacità di reggere il conflitto o la bruttezza della realtà. Dire che qualcosa puzza costringe a prendere una posizione o a fare uno sforzo di pulizia. Dire che "tutto è perfetto così com'è" (mal interpretando i testi sacri) è spesso un modo per rimanere inerti. In alchimia, non si nega l'esistenza del piombo (o del letame). Al contrario, si dice che nella merda si trova l'oro. Ma per trovarlo, devi prima ammettere che quella che hai davanti è merda. Se ti convinci che sia già oro, non inizierai mai il processo di trasmutazione. La questione etimologica nel contesto ebraico è affascinante perché, a differenza della filosofia greca o del pensiero di Krishnamurti che si focalizzano sull'astrazione della mente, l'ebraico biblico è una lingua estremamente concreta e relazionale. Nella Bibbia ebraica (Antico Testamento), il concetto di "non giudicare" o del giudizio in generale ruota attorno a una radice principale: Š-P-Ṭ (Shaphat). Il verbo Shaphat non significa semplicemente "emettere un verdetto" in un’aula di tribunale. Il concetto di "giudicare" ha sfumature profonde che vanno ben oltre la semplice critica. Il suo significato primario è quello di "rimettere in ordine", "ristabilire l'equilibrio" o, più ampiamente, "governare". Tuttavia, esiste un'accezione negativa legata all'atto di giudicare, e quando la Bibbia mette in guardia da questo comportamento, si riferisce spesso all'atto di usurpare il ruolo di Dio o di agire con parzialità (con un solo centro). C'è poi l'aspetto etico nel quale il giudizio è strettamente legato alla Tzedakah (giustizia/carità). In questo contesto, non giudicare non significa essere indifferenti, ma piuttosto non sostituire la propria opinione limitata alla verità oggettiva delle cose. Sebbene non sia un singolo verbo, il concetto ebraico che più si avvicina all'"osservare senza giudicare" di Krishnamurti è Ayin Tova (occhio buono).
Ayin (Occhio): Rappresenta la percezione e la comprensione.
Tova (Buono): Indica un'osservazione benevola, priva di invidia o pregiudizio.
Al contrario, l'Ayin Hara (occhio cattivo) è lo sguardo che giudica, restringe e condanna l'altro dentro una categoria fissa. È interessante notare che quando il concetto passa dall'ebraico al greco dei Vangeli (Matteo 7:1, "Non giudicate"), il termine usato è Krino. Krino significa "separare", "distinguere" e, per estensione, "condannare". L'invito di Gesù (che pensava in aramaico/ebraico) era di non "separarsi" dall'altro attraverso la condanna, proprio perché solo Dio ha la visione d'insieme. Nella lingua greca esistono due termini in relazione al nostro discorso:
Krino (Giudicare): Separare per condannare o per decidere chi ha ragione.
Diakrino (Discernere): Vedere attraverso, distinguere tra due cose. È la base della parola "Diagnosi".
In sintesi, mentre per l'ebraismo il "non giudicare" è un atto di giustizia e umiltà verso il creato, per Krishnamurti è un atto di chiarezza percettiva per vedere le cose come sono realmente, senza l'interferenza del pensiero. L'osservazione senza giudizio di Krishnamurti è come l'occhio di un chirurgo: deve vedere il tumore esattamente dov'è, con precisione millimetrica (discernimento), ma senza odiare il paziente o il tumore stesso (non giudizio). Se il chirurgo per "non giudicare" dicesse "non è un tumore, è solo un'energia diversa", il paziente morirebbe. Questa è la magnifica trappola logica del "buonismo spirituale": un labirinto di specchi dove l’unica cosa che non è permessa è chiamare le cose con il loro nome. Dire che il mondo è un giardino di rose è considerato "consapevolezza", dire che c'è una fogna a cielo aperto è considerato "giudizio". È come vivere con un naso che ha il permesso di sentire solo Chanel n. 5: non sei un illuminato, sei un uomo con un raffreddore cronico dell'anima. Chi ti accusa di "giudicare" perché hai sentito puzza di letame è come qualcuno che ti dà uno schiaffo per insegnarti la non-violenza. Nel momento in cui ti punta il dito dicendo: "Tu stai giudicando!", ha appena emesso una sentenza di colpevolezza, celebrato un processo sommario e si è autoproclamato giudice supremo della tua moralità. È il "giudizio al quadrato": giudicano il tuo giudizio, che del resto era solo discernimento, credendo di esserne immuni. Immaginate di andare al ristorante e ricevere un piatto di carbone bruciato.
Se dici: "Cameriere, questo piatto è bruciato", il tavolo accanto ti guarda con compassione sussurrando: "Che mente duale e negativa che hai".
Se invece dici: "Oh, che deliziosa interpretazione dell'elemento carbonio, sprigiona un'energia di calore estremo!", allora sei considerato un Maestro.
Ma la verità è che, alla fine della cena, chi ha "discernimento" ha fame, mentre l'illuminato ha un'ulcera perforante che chiama "trasmutazione energetica". Non giudicare non significa mettere il rossetto a un maiale e convincersi che sia una principessa. Quella è psicosi, non spiritualità.
Il Discernimento è l'occhio che vede il fango.
Il Giudizio è il cuore che odia il fango.
La Stupidità è la mente che chiama il fango "crema pasticcera" per paura di sembrare negativa.
Se la verità puzza, l'unico modo per pulire la stanza è ammettere la puzza. Chi si tappa il naso e ti accusa di avere un cattivo olfatto non sta cercando la verità; sta solo cercando di profumare il proprio cadavere psicologico.
© 2026 Egidio Maria Bruno Presta
