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L'Autentica Quarta Via di Gurdjieff: Approfondita e Purificata dalle Distorsioni New Age

Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...

Gurdjieff: Come Raggiungere il Nirvana senza Disturbare l'Aperitivo


L’approccio di Gurdjieff evidenzia una frattura insanabile tra la disciplina esoterica tradizionale e la mentalità dell'occidentale moderno, il quale tende a ricercare una forma di evoluzione interiore che non comprometta il proprio presunto benessere psicologico o la propria immagine sociale, trasformando la ricerca spirituale in un'estensione del tempo libero. Questa tendenza si manifesta oggi in una sorta di anestesia semantica collettiva, dove il linguaggio non serve più a descrivere la realtà in modo oggettivo — come invece pretendeva il lavoro su di sé proposto da Gurdjieff — ma a rivestirla di uno strato protettivo e dolcificante. Se il filosofo caucasico utilizzava lo shock verbale per scuotere l'uomo dal suo stato di sonno ipnotico, la civiltà contemporanea agisce in senso opposto, utilizzando eufemismi che sterilizzano il potenziale trasformativo del dolore e della verità. Esempi lampanti di questa manipolazione linguistica si ritrovano nella gestione quotidiana del disagio e della crisi. Il barbone, termine che evoca la cruda e sporca realtà della strada, viene oggi riabilitato nel termine "clochard", che con la sua sonorità francese simile a quella di una brioche o di un profumo raffinato, trasforma la tragedia della povertà in una sorta di scelta di vita bohémien, meno disturbante per chi incrocia il suo sguardo. Allo stesso modo, non esistono più i poveri ma solo i "soggetti economicamente svantaggiati", un'espressione burocratica che trasforma la fame in un gap tecnico risolvibile con un algoritmo. Anche il mondo del lavoro è vittima di questa cosmesi: il licenziamento, atto brutale che spezza l'identità di un individuo, viene camuffato sotto la dicitura di "riorganizzazione del personale" oppure "ottimizzazione delle risorse", come se si trattasse di sistemare i faldoni in un archivio anziché di allontanare esseri umani. Questa dolcificazione si estende persino alla guerra, che perde il suo odore di polvere da sparo per diventare una "missione di pace" o un "intervento umanitario", e alla stessa biologia umana, dove la vecchiaia e la malattia vengono nascoste dietro l'etichetta di "fragilità", termine poetico che serve a negare l'orrore della decadenza fisica. Mentre Gurdjieff considerava la consapevolezza della propria morte come lo shock supremo necessario al risveglio, la società moderna sostituisce questa consapevolezza con un lessico rassicurante che trasforma la ricerca spirituale in un potente anestetico e auto-tranquillante. La meditazione non è più il tentativo di guardare nel proprio abisso, ma un esercizio di mindfulness per gestire lo stress, ovvero un modo per rendere il sonno ancora più profondo e piacevole. In questo scenario, l'uomo moderno è come un prigioniero che, invece di cercare la chiave della cella, usa il linguaggio per convincersi che le sbarre siano eleganti elementi d'arredo, rendendo di fatto impossibile ogni reale evasione. La tendenza prevalente è quella di sostituire lo sforzo intenzionale con la speculazione intellettuale. Il "salotto" diventa il simbolo di una ricerca che avviene esclusivamente nel centro mentale, evitando accuratamente il coinvolgimento dei centri motorio ed emozionale. In questo contesto, il rigore del metodo viene percepito come un'offesa personale anziché come uno strumento di rottura della meccanicità. Gurdjieff, nel suo "Belzebù", presenta la pratica della sopportazione delle manifestazioni sgradevoli altrui come la più potente in assoluto per formare l'io reale. Soprattutto, la indica come una delle pratiche centrali dell'autentico insegnamento del Buddha che, una volta distorto, ha condotto all'esatto opposto: monaci che si rinchiudono in celle e vivono isolati come dei poveri pazzi. Nelle dottrine antiche, il "prezzo" per la conoscenza era la distruzione della falsa personalità. Oggi, si osserva invece il tentativo di negoziare tale costo. Sussiste una contraddizione logica nel desiderio di svegliarsi senza subire l'urto della sveglia. La ricerca di una "Quarta Via" priva di attriti trasforma il metodo in una forma di auto-ipnosi collettiva, dove il linguaggio crudo e la fatica vengono sostituiti da un'estetica della consapevolezza che, di fatto, funge da ulteriore "ammortizzatore" contro la realtà. In ultima analisi, il rifiuto della durezza non è che un meccanismo di difesa della falsa personalità che, pur dichiarando di voler morire per rinascere, esige che l'esecuzione avvenga in modo indolore e in un ambiente confortevole. Ma qui c'è la certezza che non si tratti dello stesso 'io' che dichiara di volersi svegliare. Un 'io' dice di volerlo, ma quando il risveglio implica la morte di altri 'io', questi, sentendosi improvvisamente minacciati, si appropriano delle idee e cercano di smussarle a colpi di scalpello. A tal punto che alcuni arrivano a mettere in dubbio, o persino a negare, che Gurdjieff abbia mai usato tali metodi o un linguaggio volgare e offensivo. In realtà, Gurdjieff non ha inventato nulla di nuovo sotto il sole. Sebbene il suo stile fosse adattato ai tempi moderni e al linguaggio del XX secolo, la "pedagogia dello shock" affonda le radici in tradizioni millenarie. In quasi tutte le correnti esoteriche, il maestro ha il compito di distruggere la "falsa immagine" che l'allievo ha di sé per far emergere l'essere reale. Nel Buddismo Zen, specialmente nella scuola Rinzai, l'illuminazione (Satori) non avviene tramite ragionamenti, ma spesso attraverso uno shock sensoriale o logico. È il "bastone del risveglio". Se un monaco si assopisce o si distrae durante la meditazione, il maestro lo colpisce sulle spalle. Non è una punizione, ma un atto di "compassione" per riportare la mente al presente. Esiste una branca del Sufismo chiamata Malamatiyya (la gente del biasimo). Questi maestri agivano deliberatamente in modo da apparire "peccatori" o "folli" agli occhi della società per attirare su di sé il disprezzo pubblico e distruggere così l'orgoglio spirituale. Se tutti pensano che tu sia un santo, alimenti il tuo falso ego, ovvero la falsa personalità; se tutti ti insultano e tu rimani in pace, allora sei libero. Gurdjieff visse a lungo in Asia Centrale e fu profondamente influenzato da questi metodi. Nel Buddismo Tibetano Vajrayana esiste il concetto di "Folle Saggezza". L'esempio classico è il maestro Marpa che costrinse il suo discepolo Milarepa a costruire, demolire e ricostruire pesanti torri di pietra per anni, insultandolo e umiliandolo costantemente prima di impartirgli un solo insegnamento. Questi maestri usavano comportamenti scandalosi (bere alcol, usare un linguaggio volgare, infrangere tabù) per dimostrare che la realtà è vuota e che l'allievo è troppo attaccato alle convenzioni sociali. Persino nel cristianesimo antico troviamo questa durezza estrema, mirata a ottenere l'umiltà assoluta. A cominciare dai Padri del Deserto, dove gli anziani (Abba) mettevano alla prova i novizi con ordini assurdi (come annaffiare un bastone secco per anni o subire insulti pubblici senza rispondere) per spezzare la volontà individuale, fino a giungere ai cosiddetti "Folli in Cristo" (Salòs), ovvero dei Santi che, per nascondere la propria santità e umiliarsi, fingevano la pazzia, urlavano oscenità nei mercati o mangiavano carne nei giorni di digiuno, accettando percosse e sputi dalla folla. In sintesi, Gurdjieff è stato un erede di quella che potremmo definire la "Tradizione dello Shock". Per questi maestri, la gentilezza è spesso considerata una forma di complicità con il sonno dell'allievo: se ti cullo, continuerai a dormire; se ti urlo "merda", forse aprirai gli occhi. E sebbene l'iconografia devozionale moderna tenda a presentare un Gesù esclusivamente mite e consolatore, i testi evangelici mostrano numerosi episodi in cui egli utilizzò deliberatamente lo shock verbale, la provocazione e l'ingiuria per scuotere la coscienza dei suoi interlocutori. Gurdjieff stesso considerava il Cristianesimo, se compreso correttamente, come una "via dello sforzo" estremamente rigorosa. Proprio come Gurdjieff usava espressioni forti, Gesù non esitava a etichettare i suoi contemporanei con termini che miravano a distruggere la loro presunzione di santità. Ecco alcuni famosi esempi:

"Razza di vipere": Rivolto ai Farisei e ai Sadducei (Matteo 3,7). Non era un semplice insulto, ma una descrizione della loro natura "velenosa" e meccanica.

"Sepolcri imbiancati": Un'immagine brutale per descrivere chi appare impeccabile all'esterno (la falsa personalità) ma è "pieno di ossa di morti e di ogni putredine" all'interno (Matteo 23,27).

"Cani" e "Porci": Quando dice di non dare le perle ai porci, Gesù stabilisce una gerarchia di comprensione molto simile alla distinzione di Gurdjieff tra chi può "udire" e chi non è pronto.

Gesù colpiva sistematicamente le sicurezze che le persone usavano per non affrontare la realtà del proprio essere:

La famiglia: "Sono venuto a separare l'uomo da suo padre e la figlia da sua madre" (Matteo 10,35). Per Gurdjieff, la famiglia è uno dei principali legami della personalità meccanica; Gesù usa lo shock per forzare una scelta individuale.

Le convenzioni sociali: La sua risposta al discepolo che voleva seppellire il padre — "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" — è di una durezza estrema, mirata a sottolineare lo stato di "sonno" (morte spirituale) della massa.

L'episodio della cacciata dei mercanti dal Tempio è un esempio di azione violenta e imprevista. Gesù non usa la dialettica, ma la forza fisica e il caos per rompere un ordine che era diventato meccanico e ipocrita. È l'equivalente del maestro che ribalta il tavolo durante una discussione filosofica sterile. In questa luce, il messaggio di Gesù non appare come una filosofia di conforto, ma come un richiamo d'allarme. Lo shock serve a dimostrare che l'uomo non è "uno", ma è diviso e in stato di ipnosi. Nell'immaginario collettivo, il Buddha è la quintessenza della calma e della compassione infinita. Tuttavia, nel Canone Pali (i testi più antichi), emerge spesso un Siddharta Gautama molto più severo, capace di usare il "metodo del chirurgo" per tagliare i legami mentali dei suoi monaci. Il Buddha non era un "buonista"; era un pragmatico radicale. Se la gentilezza non funzionava, utilizzava lo shock verbale e psicologico. Nelle scritture, quando un monaco persisteva in un errore dottrinale o in un comportamento meccanico, il Buddha non usava mezzi termini. Il suo epiteto preferito per scuotere l'allievo era "Mogha Purisa" (Uomo Vuoto o Uomo Inutile). Dire a un ricercatore spirituale che è "vuoto" o "inutile" serviva a colpire l'orgoglio di chi credeva di stare facendo progressi. Era un richiamo brutale al fatto che, nonostante l'abito e la meditazione, la persona era ancora una "macchina" senza un vero Sé. Quando il monaco Malunkyaputta minacciò di abbandonare l'ordine se il Buddha non avesse risposto a quesiti metafisici (l'universo è infinito? l'anima è distinta dal corpo?), il Buddha lo paragonò a un uomo colpito da una freccia avvelenata che si rifiuta di farsi curare finché non conosce il nome di chi ha sparato. Fu una lezione durissima: il Buddha umiliò la sua curiosità intellettuale definendola irrilevante di fronte al fatto che stava "morendo" nel sonno dell'ignoranza. Il monaco Vakkali era ossessionato dalla bellezza fisica del Buddha e passava il tempo a fissarlo. Invece di accogliere questo amore con dolcezza, il Buddha lo scacciò duramente dicendogli: "Cosa c'è da vedere in questo corpo sporco? Chi vede il Dharma vede me, chi vede me vede il Dharma". Lo shock fu così forte che Vakkali, disperato, pensò al suicidio, ma fu proprio quel punto di rottura a permettergli di abbandonare l'attaccamento emotivo e raggiungere il risveglio. In sintesi, anche per il Buddha la compassione non era "essere gentili", ma fare ciò che è necessario per svegliare chi dorme. Se un secchio d'acqua gelata è più efficace di una ninna nanna, il Buddha (come Gesù e Gurdjieff) non esitava a usarlo. L'occidentale che cerca il risveglio della coscienza tra divani in velluto e citazioni colte è come un uomo che, nel bel mezzo di un incendio devastante, rifiuta di saltare nel telo di salvataggio perché il pompiere che lo incita ha usato un tono di voce troppo brusco e non ha chiesto "per favore". Immaginiamo la scena: la casa brucia (la nostra vita meccanica, il tempo che scorre, il sonno della coscienza), e il "Maestro" arriva urlando oscenità per svegliarci prima che il soffitto crolli. Ma l'aspirante ricercatore spirituale, anziché correre, si ferma sulla soglia e replica con calma olimpica:

"Scusi, potremmo discutere della natura del fuoco in modo più inclusivo? Gradirei un approccio meno d'urto, magari con un sottofondo di arpa celtica e un facilitatore che convalidi il mio disagio verso il fumo. E, per favore, non chiami 'cenere' i miei mobili di design: io preferisco definirli 'potenzialità in trasformazione'."

L'idea di base è questa: vogliamo essere salvati, ma pretendiamo che il salvataggio avvenga con la cortesia di un maggiordomo inglese. Vogliamo "morire a noi stessi" — come dicono i testi sacri — ma solo se la morte è indolore, esteticamente gradevole e, possibilmente, se ne può parlare il giorno dopo con gli amici davanti a un tè matcha, sentendosi molto più "evoluti" degli altri. In fondo, l'occidentale medio non cerca una via d'uscita dalla prigione: cerca solo una cella con le pareti ridipinte di un colore più spirituale e una connessione Wi-Fi che gli permetta di scaricare l'app per la meditazione guidata che gli sussurra quanto è speciale mentre continua, beatamente, a russare.



© 2026 Egidio Maria Bruno Presta




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