Questo lavoro nasce con l'intento di restituire alla Quarta Via la sua dignità e la sua precisione originaria, ponendosi come un punto di riferimento per chi ricerca uno studio autentico, rigoroso e privo di compromessi. In un’epoca di frammentazione e semplificazione estrema, ci impegniamo attivamente a epurare l’insegnamento dalle distorsioni della pseudo-spiritualità contemporanea, dalle derive New Age e dalle narrazioni errate della moda moderna Neo-Advaita. Queste correnti spesso sviliscono il "Lavoro" riducendolo a un mero esercizio di benessere psicologico, a concetti astratti di "luce e amore" o all'illusione di una realizzazione istantanea e puramente intellettuale che nega la necessità dello sforzo intenzionale e della preparazione graduale del recipiente. Contro la tendenza a cercare facili scorciatoie, questo spazio si propone di approfondire l’autentico insegnamento di G.I. Gurdjieff, ampliandolo sulle basi della sua struttura oggettiva e scient...
In seno all'insegnamento della Quarta Via, dove l'osservazione di sé è l'unico bisturi capace di separare il reale dall'illusorio, dobbiamo avere il coraggio di affrontare uno dei parassiti più eleganti e insidiosi della nostra psiche: il "grazie" verbale. Questa espressione, che nel mondo ordinario è considerata il culmine della buona educazione, si rivela spesso, sotto una lente spietata, come un mero automatismo della Personalità, un pezzo di carta moneta senza alcuna riserva aurea a sostenerlo. Immaginate un uomo che, trovandosi davanti a un incendio che minaccia la sua casa, decida di dipingere su un cartello la parola "acqua" e di esporlo con solennità, convinto che l'evocazione grafica del liquido possa estinguere le fiamme; ecco, il grazie verbale non accompagnato da un'azione che ripaghi realmente il debito è esattamente quel segnale di cartone. È un tentativo goffo e finanche arrogante del centro intellettuale di usurpare le funzioni del centro emozionale, simulando una vibrazione che non esiste. Quando pronunciamo quella parola senza un impegno concreto, stiamo semplicemente chiedendo alla nostra mente di recitare una parte per la quale non ha talento, creando una "pseudo-emozione" che serve solo a sedare il senso di colpa o a mantenere un'immagine decorosa di noi stessi. Questo autoinganno diventa una vera e propria farsa teatrale quando la manifestazione della nostra presunta gratitudine esige un palcoscenico, ovvero quando sentiamo il bisogno impulsivo di rendere pubblica la nostra riconoscenza. In quel momento, il debito non viene pagato, ma viene scambiato con una moneta ancora più vile: il riconoscimento sociale. È come se un debitore, invece di restituire il denaro ricevuto, pagasse un banditore affinché gridi ai quattro venti quanto sia nobile il suo creditore, lasciando quest'ultimo con le tasche vuote e il fastidio di un rumore inutile. La vera gratitudine nella Quarta Via è un atto silenzioso, quasi invisibile, che si consuma nell'oscurità del fare, poiché pagare un debito in silenzio, senza testimoni, è l'unico modo per non nutrire i "buffoni" che abitano la nostra Personalità. Il discorso si fa ancora più denso di responsabilità quando il beneficio ricevuto non è un semplice favore materiale, ma un dono che attiene al Lavoro stesso, un insegnamento o un'opera volta a preservare la verità dalla degenerazione. Se un uomo si spende con la forza di dodici uomini, sacrificando tempo, risorse e la propria stessa vita organica per servire uno scopo impersonale e non egoistico, la gratitudine di chi ne beneficia non può limitarsi a un'effusione sentimentale. In questo contesto, sostenere chi porta avanti il fardello significa sostenere il Lavoro stesso; significa accostare la spalla alla ruota e prendersi una parte del carico, non per gentilezza, ma per una necessità oggettiva di equilibrio energetico. Restare a guardare, offrendo in cambio solo il fumo di un "sentirsi riconoscenti", è una forma di vampirismo spirituale travestito da devozione. È come pretendere di scaldarsi al fuoco di un uomo che ha tagliato legna tutto il giorno sotto la pioggia, limitandosi a lodare la bellezza delle fiamme senza mai porgere un altro ciocco al rogo. Pertanto, diventa un imperativo categorico per chiunque desideri non mentire a se stesso di smettere immediatamente di usare il linguaggio della gratitudine se prima non ha effettuato una dissezione anatomica delle proprie intenzioni. Bisogna chiedersi, con la crudeltà di un chirurgo, se quel calore che sentiamo nel petto sia la verità vivente dell'Essenza o l'ennesima menzogna incartata in una confezione di seta. Se non c'è l'intenzione di contribuire, se non c'è il sacrificio di una parte del nostro egoismo per ripagare chi ha sofferto per noi, allora il silenzio è l'unica forma di onestà rimasta. Dobbiamo imparare a diffidare della nostra mente quando cerca di convincerci che "sentirsi" in un certo modo equivalga a "essere" o a "fare", perché nel mondo della realtà oggettiva, un debito si estingue solo con un pagamento di pari valore energetico, e nessuna parola, per quanto forbita o declamata con enfasi, potrà mai sostituire il peso reale di un'azione compiuta per amore del vero.
© 2026 Egidio Maria Bruno Presta
